Le misure economiche dei governi, quando sono di un certo rilievo, diventano subito questioni giuridiche, cioè relative alla legittimità dell’azione governativa. A loro volta, quest’ultime chiamano in causa problematiche ancora più sostanziali legate alla tenuta stessa del sistema democratico e alle sue regole. La decisione di Trump di introdurre delle tariffe doganali reciproche del 2 aprile 2025 è un buon esempio di questa catena di effetti. Oggi gli Usa sono ancora un Paese democratico o sono diventati una delle grandi economie autoritarie e dispotiche, come India e Cina?
Guardando all’economia si direbbe di sì, anche se c’è ancora la possibilità di invertire questa deriva autoritaria. La decisione finale spetterà alla Corte Suprema, la Corte Costituzionale americana, ultimo baluardo della sempre più fragile democrazia americana.
Quando le ultime tariffe doganali vennero introdotte nel 1930, le cosiddette tariffe Smoot-Hawley dal nome dei due parlamentari proponenti, 1.024 economisti firmarono un appello per la loro revoca, mettendone in evidenza i danni per l’economia americana. Ora l’appello non c’è stato, ma penso che il 99,99% degli economisti non possa che giudicare senza senso e sbagliate le tariffe reciproche di Trump. Lo 0,01% rimanente sono i suoi consiglieri economici, ben remunerati in vario modo, ritengo. Ma il punto non è questo. Piuttosto la questione riguarda la legittimità giuridica, cioè lo strumento giuridico attraverso il quale i dazi sono stati introdotti, e poi quella democratica.






