Robert Redford, morto ad 89 anni nelle scorse ore, non è stato solo un memorabile e iconico attore tra i più amati al mondo. Il ragazzotto della California, che arrivò al successo quasi per caso nel 1969 recitando la parte di un fuorilegge – Sundance Kid – in Butch Cassidy, assieme a Paul Newman (pare che fu Newman oltretutto a volerlo con lui in scena, contrariamente al parere della produzione ndr), è stato anche un apprezzato e premiato regista, e ancora di più un coraggioso scopritore di talenti artistici e di azzardi produttivi grazie all’invenzione del Sundance Film Institute e del festival che da qui nacque.
Sono nove i film diretti da Redford dal 1980 con Gente comune, fino all’ultimo del 2012, Le regole del silenzio. Ed è da un Oscar, anzi quattro (film, regia, sceneggiatura non originale, attore non protagonista) che Redford inizia il suo percorso dietro la macchina da presa. Un dramma intimista, incentrato su quella che oggi definiremmo una famiglia disfunzionale, sconvolta dalla morte di uno dei due figli e nuovamente messa alla prova dal suicidio dell’altro figlio. Tecnicamente la regia di Redford è pressoché invisibile, tutta orientata invece a far emergere conflittualità, sofferenza e possibile rinascita, grazie all’apporto schivo e allo stesso tempo intenso dei genitori (Donald Sutherland e Mary Tyler Moore) con il problematico figliolo rimasto (Timothy Hutton).











