“Una serie di anomalie che, tutte insieme considerate, hanno dimostrato” che i carabinieri al servizio del generale Alessandro Casarsa non volevano “approfondire realmente la dinamica degli eventi” che hanno portato alla morte di Stefano Cucchi, non volevano trovare “la mela marcia” che ha infangato il nome dell’Arma, ma desideravano “restituire una verità di comodo”. È quanto ha accertato la sentenza che ha portato alla condanna a un anno e tre mesi per Lorenzo Sabatino, a due anni e mezzo per Luca De Cianni, a dieci mesi per Francesco Di Sano, e che ha riconosciuto l’intervenuta prescrizione per il generale Alessandro Casarsa, per Francesco Cavallo e Luciano Soligo.

Processo Cucchi, nuove condanne per i depistaggi: “Una strategia durata anni”

di Andre Ossino

Nelle motivazioni della sentenza, la stessa che ha assolto Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata (in primo grado erano stati condannati a un anno e nove mesi), i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Roma ricostruiscono le calunnie, i falsi e le omissioni dei carabinieri che indagarono sul ragazzo morto mentre era nelle mani dello Stato, pestato all’interno della caserma Casilina.

Un generale, un colonnello, comandanti e carabinieri semplici: un’intera catena di comando dell’Arma ha lavorato nell’ombra per nascondere i fatti accaduti nel 2009. Cercando una verità di comodo “che potesse far ricondurre la responsabilità del decesso essenzialmente alle condizioni di Stefano Cucchi in quanto epilettico, tossicodipendente (quando, più probabilmente, era stato tossicodipendente ma non lo era all’attualità), anoressico (quando era solo molto magro), addirittura sieropositivo (dettaglio falso prima riferito e poi subito smentito), per il quale – scrivono i giudici – nessuna anomalia si era verificata durante la detenzione o quanto meno durante la custodia affidata all’Arma”.