Si depistò per convenienza personale, a tutela della propria carriera o a salvaguardia di un umile tornaconto. Secondo i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello (Castagnoli, Fortuni, Paesano) le interminabili manovre per nascondere la verità sulla fine di Stefano Cucchi, ucciso dal pestaggio eseguito dai carabinieri nel corso di un fermo (era il 2009), e durate circa sette anni furono il frutto di un’ostinata volontà di occultare le vere responsabilità dell’Arma.
Cucchi, 7 anni di depistaggi: il piano per «sviare le indagini dai carabinieri». I casi del generale Casarsa e del sottoposto Di Sano
Le motivazioni dei giudici d'appello: «Di Sano aveva come unico, dichiarato obiettivo quello di rimanere indenne da sue responsabilità»






