L’ascesa, il tonfo, il tentativo di riscatto. Con un’incompiuta sullo sfondo, la stessa che sfugge da anni: la soglia dell’utile, un obiettivo ora fissato al 2027 e scandito dalla competizione con i big cinesi sul mercato. Jumia, «l’Amazon africano», ha vissuto più stagioni di quanto possano dire i suoi 13 anni di vita.

La piattaforma ecommerce, fondata in Nigeria nel 2012 dal quartetto di McKinsey Jeremy Hodara, Sacha Poignonnec, Tunde Kehinde e Raphael Kofi Afaedo, era nata con l’aspirazione di un marchio panafricano che intercettasse un mercato sempre più fertile fra exploit demografico e propensione al digitale.

Nel 2016 l’elezione a primo «unicorno» africano, il club delle start up con valutazione sopra il miliardo di dollari. Nel 2019 l’acuto della quotazione al New York Stock Exchange, con una Ipo favorevole e un appetito capace di far decollare le azioni dai 14,5 dollari del debutto a picchi di quasi 50 nelle sedute successive.

Poi la discesa - ulteriore - dei risultati e il tracollo del titolo, fino a un cambio di rotta che sta ridando fiato ai conti. La società ha chiuso l’ultimo trimestre con un rialzo del 25% dei ricavi a 45,6 milioni e prevede un rosso attutito a 45-50 milioni nel 2025, l’esito di una terapia d’urto scandita anche da tagli al personale (dai 3.500 dipendenti nel 2022 a 2mila oggi) e la riduzione da 14 a 9 dei mercati africani in portafoglio. Il titolo è in rally da mesi, un segno che «la fiducia sta ritornando» spiega al Sole 24 Ore l’amministratore delegato Francis Dufay, l’ex McKinsey al timone del gruppo dal 2022.