Solo qualche mese fa nessuno avrebbe mai potuto immaginare che Tommy Robinson, al secolo Stephen Yaxley-Lennon, considerato poco più di un hooligan che passa con troppa disinvoltura dalla politica alle patrie galere, sarebbe riuscito un giorno a trascinare per le strade di Londra oltre centomila sostenitori uniti sotto la bandiera nazionale e uno slogan emblematico, “Unite the Kingdom”. Ma la Gran Bretagna - tra invasione di immigrati, crisi politica, economica e d’identità- è un Paese esasperato, che non è più disposto ad andare per il sottile. E la concomitanza dell’assassinio di Charlie Kirk (e di quello brutale di Iryna Zarutska) sull’altra sponda dell’Oceano ha trasformato una protesta contro l’immigrazione in qualcosa di più importante, nella «più grande manifestazione della storia britannica», come l’ha definita Robinson, per il diritto di parola e di difesa dei valori occidentali, alla quale hanno partecipato tra gli altri alcuni esponenti della destra mondiale del calibro di Steve Bannon, Eric Zemmour ed Elon Musk (in videochiamata) che invita i britannici a cambiare governo. Londra è piena di «patrioti», ha scritto Robinson su X, convinto che «la scintilla è scoccata, la rivoluzione è iniziata».