Dalle “Mille lire” rimpiante da Sergio Endrigo, alle criptovalute care a Elon Musk, ne ha fatta di strada l’Unione. Balòn e Dogecoin. Calcisticamente non è più l’epoca gloriosa vagheggiata dal cantautore istriano («In tribuna come un pascià... e la Triestina militava in serie A...»): ieri i biancorossi hanno battuto il Lumezzane, prima vittoria di stagione, ma restano ultimi nella classifica di C. I tempi insomma cambiano e i bilanci devono adeguarsi. Tanto più adesso che il club, di cui è amministratore delegato il veneziano Sebastiano Stella, annaspa nell’ennesima crisi finanziaria. Principale azionista della società, per la prima volta nella storia europea del pallone, è diventato il colosso del denaro digitale House of Doge attraverso la controllata Dogecoin Ventures, al punto che in queste ore hanno già cominciato a girare le immagini generate dall’intelligenza artificiale, in cui l’alabarda sulle gradinate dello stadio “Nereo Rocco” è sostituita dal cane-simbolo della moneta.
Dogecoin è una valuta digitale decentralizzata e open-source, cioè basata su un protocollo libero, lanciato nel 2013 dai programmatori informatici Billy Markus e Jackson Palmer come parodia del settore cripto. A differenza del Bitcoin, questa moneta non ha un limite massimo di emissione e segue una dinamica inflazionistica. Questo non le ha però impedito di diventare un fenomeno di scala globale, alimentato anche dalla visibilità offerta da Musk, che pur non essendo né il creatore né il proprietario del token (nel gergo settoriale, il gettone virtuale), l’ha promosso sul suo X e l’ha accettato come forma di pagamento per le sue Tesla.






