Dipendenti dal servizio sanitario nazionale o battitori liberi, come sono oggi? Il destino dei medici di famiglia, in ballo da anni con alterne fortune e tifoserie nel dibattito politico nazionale e negli scenari sanitari, resta ancora incerto e di sicuro non vedrà la luce prima della prossima tornata elettorale nelle regioni. Essendo un tema caldissimo, capace di spostare molti voti per l’ampio bacino non solo di assistiti che ogni Mmg, così li chiamano, porta con sé insieme al consenso indiscusso di cui generalmente gode tra i propri assistiti.

Quel che è certo è però che i nuovi medici di famiglia che assumeranno l’incarico nel ruolo unico a partire dal 2025 andranno a lavorare delle case di comunità, che sono il perno della riorganizzazione delle cure sul territorio prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Se ne parla da anni e ora è un nuovo documento delle regioni - pensato per rendere omogenei i criteri su scala nazionale - a prevedere un’attività “a regime misto”: sia negli studi sia nelle case di comunità con le tempistiche dettate dall’azienda sanitaria di riferimento, a scalare in base al numero di assistiti in ambulatorio. In ogni caso, prestando la propria attività nell’ottica di una continuità assistenziale h24 o h12 che dovrebbe garantire ai cittadini la “copertura” totale delle esigenze di salute, inclusa la piccola diagnostica dagli ecografi agli Ecg. E operando anche grazie alla telemedicina in piena in integrazione con gli altri attori sanitari, dagli infermieri agli psicologi agli specialisti.