Su Instagram è ancora “fissato” il post del 24 marzo. Charlie Kirk è seduto nella stessa posizione con la quale è morto mercoledì pomeriggio a Orem, nella Utah Valley University: una sedia, un microfono, uno striscione dietro le spalle. Di fronte a lui, un’attivista abortista. Dietro la ragazza, sugli spalti, una moltitudine di giovani che segue con partecipazione quello che è un vero e proprio match politico-ideologico. Oggetto dello scontro: l’aborto. Inizia la studentessa, tentata dall’interruzione volontaria della gravidanza così da poter continuare a studiare: «Sono incinta, dovrei portare in grembo un bambino e rovinare la mia vita da collegiale?». Replica Kirk: «Beh, non è per caso che sei incinta. Non è come avere il Covid. Non ti viene l’influenza. Ti assumi la responsabilità dei tuoi orgasmi e smetti di eliminare le persone più piccole dite». Ovazione da stadio.

In questo video c’è tutto Charlie Kirk. C’è la sua efficacia di oratore, c’è il gusto per lo scontro polemico, anche aspro, con chi non la pensava come lui sui temi che più caratterizzavano l’azione politica della sua Turning Point Usa, l’organizzazione conservatrice attiva fin dal 2012 nelle scuole e nei campus universitari Usa: i valori tradizionalmente repubblicani come «libertà», «libero mercato», «limite al governo», come recitano le “copertine” sui suoi profili social, ma anche l’anti-abortismo e la difesa della famiglia tradizionale (cui nel 2021 dedica il Turning Point Faith, per mobilitare l’elettorato religioso). Social, valori repubblicani, giovani. È sufficiente questo per valutare il peso di Kirk nell’ultimo decennio della politica americana, quello segnato dall’ascesa di Donald Trump. Classe 1993, nato ad Arlington Heights, in quell’Illinois che vota democratico dal 1992, Charlie lascia una moglie, Erika, e due figli di tre e un anno. Sette anni dopo la fondazione di Turning Point, arriva il Turning Point Action, il braccio più organizzativo della sua missione politica: Kirk favorisce la registrazione degli elettori e aiuta nell’individuazione dei candidati. In una formula: «Dà la caccia ai voti», contribuendo in maniera significativa alla mobilitazione della base repubblicana grazie alla quale Trump vince due elezioni - 2016 e 2024 - e ne perde una, nel 2020, che la galassia Make America Great Again e lo stesso Trump non hanno mai riconosciuto.