Nella disfida dei dazi ora è Cina, con quel suo tono fra il paternalistico e il minaccioso, a invita il Messico a “pensarci due volte” prima di alzare dazi al 50% sulle sue automobili.

È come se un colosso, seduto su una poltrona di velluto rosso, scrutasse un Paese più piccolo con un misto di condiscendenza e monito, mentre il mondo, là fuori, trattiene il fiato per capire chi farà la prossima mossa in questa partita a scacchi globale che somiglia sempre più a un risiko ubriaco.

Il Messico, stretto nella morsa di una geografia che lo vuole eterno comprimario degli Stati Uniti, si trova a dover scegliere: cedere alle pressioni di Washington, che lo spinge a frenare l’avanzata delle auto cinesi, o rischiare la collera di Pechino, che non ama essere contraddetta.

Il ministero del Commercio cinese parla di “atto di compiacenza” e di “prepotenza unilaterale”. Parole che pesano come macigni, ma che, a guardarle bene, rivelano il paradosso di un gigante che accusa gli altri di prepotenza mentre brandisce la propria. E il ruolo del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio? E’ citata come un totem polveroso, una sorta di arbitro zoppicante che tutti invocano ma nessuno ascolta più. Le sue regole, che dovrebbero garantire un ordine, sembrano piuttosto un manuale di istruzioni scritto in una lingua che nessuno parla.