BELLUNO - Non ha alcuna intenzione di smettere di leggere. Nè di informarsi su ciò che accade in città e nel mondo. Ines Bortot, oggi - 12 settembre - compie cento anni. Da decenni è abbonata al Gazzettino: va dalla prima all’ultima pagina. «Non utilizza gli occhiali, e poi dice che ha la vista stanca», precisano, i figli, Wanda e Renzo Luisetto. La sua è una vita d’altri tempi, con tappe, fatte di sacrifici e di gioie, in cui tanti si possono specchiare.
La signora Ines è nata in località Case Bortot, una decina di rustiche abitazioni abbarbicate sul fianco della valle del torrente Ardo, a 700 metri di quota, all’ombra della Schiara. Ines racconta dei 4 chilometri che ogni giorno percorreva a piedi per andare a scuola a Bolzano Bellunese. Con lucidità si rivede bambina: «Ai piedi avevo le zopele, zoccoli di legno sulle cui suole, al ritorno d’inverno, si formavano i ghiaccioli. Ai piedi indossavo grosse calze di lana fatte a ferri durante i filò, quando gli uomini sistemavano gli attrezzi e le donne insegnavano alle più piccole i lavori a maglia. Il bello del filò è che tutti cantavamo, con mio papà Zaccaria che era quello con la voce più bella». Non un caso che, a proposito di “ferri” ancora oggi, con tenacia, Ines confezioni calze e calzini di tutti i colori: «Ma i punti non mi vengono più tanto bene, e dovrò rinunciare». Così come ha dovuto rinunciare, novanta anni fa, a continuare gli studi. Era brava a scuola, bravissima. E le piaceva leggere e imparare: «Ma, all’epoca, studiavano solo i maschi, e solo nelle famiglie che potevano permetterselo». Era nata contadina e per nove mesi all’anno, nella periferia di Belluno, zona Canzan-Bes, lavorava nei campi dei nobili Miari: «Venivo pagata con sacchi di granoturco che, poi, macinavamo a casa, provvedendo, così, alla polenta. Era un lavoro duro, ma, tutto sommato, ho un bel ricordo di quel periodo». Ines attraversa gli anni del fascismo e della guerra. «Non dimentico la paura, una paura grande: i tedeschi battevano la zona, cercavano i partigiani che sapevano trovarsi nelle montagne sopra Bolzano Bellunese». Un dramma la toccò nel profondo nel primo dopoguerra quando morì il fratellino Ugo di sette anni, insieme ad altri due amichetti: «Trovarono una bomba a mano, residuo della guerra, che scoppiò» sintetizza quel dolore mai rimosso.






