“Tecnica mista” è scritto sotto diversi dipinti appesi nei musei. The Death of Dracula – co-regia di ben sei autori rumeno/ungheresi – e Orfeo di Virgilio Villoresi, in visione nelle prossime ore al festival triestino di I Mille Occhi 2025, fanno dell’uso originale e sapiente delle tecniche miste più disparate con cui si crea il cinema, un pregio di rara perfezione. Sulla falsariga di pochissime immagini e disegni pubblicitari di un film austriaco del 1921 andato distrutto e perduto – Death of Dracula di Karoly Lajthay–, il primo film della storia tratto da Bram Stoker sul mefitico conte transilvano, un gruppo di giovani cineasti (Attila Godri, Gyopar Buzas, Flora Kovacs, Szabolcs Sztercey, Orsolya Orban, Boglarka Angela Farkas, Nora Miklos, Zsofia Makkai) ha reinterpretato la visione originale del vampiro di Lajthay.
Graffi, pelucchi, bolle, salti di pellicola, mistura granulosa di bianco e nero d’antan in 16mm, The death of Dracula è una versione ovviamente muta alquanto bizzarra, poetica e visivamente potentissima, sulle gesta in vita del celebre conte. Quando la giovane Mary (Molnar Eniko) viene chiamata al capezzale del padre morente in un manicomio, si ritrova improvvisamente priva di forze tanto da dovere rimanere una notte a riposo nella struttura ospedaliera. È lì che il conte Dracula (Tibor Paiffy) la rapisce e poi, attraversando boschi e foreste, la porta nel suo castello ed in mezzo a fluttuanti ancelle la sposerà. Si tratta di un sogno dell’orrore o della realtà orrorifica all’interno delle mura manicomiali?






