Sulla libertà di Tim Snyder (Rizzoli, pagg. 468, € 22) è un libro ambizioso, in cui l’autore riattiva la riflessione su uno dei concetti fondativi della modernità: la libertà. L’autore è un intellettuale riconosciuto non solo per la qualità delle sue ricerche, ma per la tensione etica che le attraversa: una militanza non ideologica, che l’ha portato a indagare i processi di transizione post-socialista in Europa centrale e il collasso dell’ordine democratico in Russia. È in questo spazio di convergenza tra sapere storico e critica sociale che si colloca quest’opera, le cui radici teoriche affondano nella lezione di Tocqueville, Isaiah Berlin e nel dialogo con Tony Judt, maestro dell’autore. Il volume si confronta con la tradizione che ha esplorato l’irrisolta tensione tra autonomia individuale e strutture collettive. Snyder, tuttavia, non si limita a rielaborare modelli: la sua tesi è che la distinzione tra libertà “da” e libertà “di” è ormai inservibile. La libertà, sostiene, è relazione, costruzione, processo; non deve essere pensata come qualità di un individuo isolato né può essere confusa con una proprietà da esercitare in uno spazio neutro. Essa è pratica incarnata, che interroga l’anatomia sociale: la libertà è inseparabile dal corpo che la vive, dalla carne che la nega o la rende possibile.