Ci sono almeno due aspetti paradossali che caratterizzano il dibattito sul riconoscimento dello Stato palestinese, dopo che alcuni Paesi occidentali hanno annunciato la loro intenzione di procedervi a breve, nel corso dell’80a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.Il primo è che lo Stato palestinese, dal punto di vista del diritto internazionale, è già stato riconosciuto, non solo (individualmente) da circa il 75% dei Paesi (fra cui 12 Stati membri dell’Unione europea e la Santa Sede), quanto soprattutto dall’Assemblea Generale il 29 novembre del 2012, quando – l’Italia votò a favore – essa accordò allo Stato palestinese la qualifica di Stato non membro (gli Stati Uniti hanno sempre posto il veto all’ammissione come membro) con status di osservatore (esattamente lo stesso status di cui gode anche la Santa Sede).
Quel riconoscimento non ha implicato solo il diritto per la delegazione palestinese di assistere ai lavori dell’Assemblea Generale, ma ha avuto anche concrete (e rilevanti) conseguenze giuridiche. Quando in precedenza l’Autorità palestinese aveva provato ad aderire allo Statuto della Corte penale internazionale (Cpi), si era sentita rispondere che mancava una prova ufficiale della qualità di Stato. Dopo il 2012 questo ostacolo formale non esisteva più e l’ormai Stato di Palestina poté diventare parte dello Statuto della Cpi. Se oggi quest’ultima ha giurisdizione sui territori palestinesi (con i ben noti mandati d’arresto che ne sono conseguiti) lo si deve dunque proprio al riconoscimento del 2012. Quest’ultimo ha anche permesso allo Stato di Palestina di ratificare un centinaio di trattati.






