All’inizio sembrava un’influenza. «Sentivo freddo dappertutto». Poi la situazione precipita: «Mi è venuta la febbre, la pelle diventava scura». È novembre dell’anno scorso. Irene esce di casa e va al pronto soccorso. Ancora non sapeva che per sei mesi non sarebbe più tornata nella sua abitazione. All’ospedale di Grosseto entra in rianimazione. Impietosa la diagnosi: shock settico, sindrome per infezione. Nel suo organismo c’è una sregolata risposta infiammatoria verso i batteri, che rischiano di essere letali. I medici la danno per spacciata, ma l’infezione non ha ancora attraversato tutto il corpo. Ha preso braccia e gambe, che si sono come calcificate. Necrosi agli arti inferiori e superiori. «Ricordo che mi svegliai dalla rianimazione, ero finita intubata all’ospedale di Bologna, i medici mi chiesero se avrebbero potuto procedere all’amputazione di tutti gli arti, era l’unico modo che avevo per sopravvivere».
Quattro protesi per Irene: «Ho perso gambe e braccia. Ma ho cuore e voglia di fare»
La quarantenne Dari e la sindrome che le ha causato l’amputazione degli artiMobilitate per lei la comunità di Cinigiano (Gr) e la Misericordia di San Sigismondo. Servono protesi adeguate. «Vorrei insegnare, ho appena superato l’esame»






