Lo scorso giugno, nella notte tra il 12 e il 13, con un massiccio attacco aereo israeliano contro infrastrutture nucleari, militari e civili, denominato Operation Rising Lion, è scoppiato un conflitto diretto tra Israele e Iran, conosciuto come la guerra dei dodici giorni: si è trattato di uno scontro militare ad alta intensità con bombardamenti su larga scala e centinaia di vittime, che ha coinvolto anche gli Stati Uniti. Durante quei giorni l’Iran ha autosabotato la propria infrastruttura Internet per rallentare gli attacchi israeliani imponendo un blackout nazionale di Internet e delle linee telefoniche. Il Ministero delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione di Teheran ha definito la misura necessaria e temporanea, “dato l’abuso della rete di comunicazione del Paese da parte del nemico aggressore”, secondo una dichiarazione citata dall’agenzia di stampa semiufficiale Tasnim. A seguito di questo blocco il traffico è diminuito di oltre il 90% nel paese e solo l’accesso a un numero limitato di servizi e siti web nazionali era ancora disponibile, secondo una dichiarazione del ministero iraniano che non forniva ulteriori dettagli.

A seguito del blocco sia i telefoni cellulari che i telefoni fissi nazionali in Iran erano irraggiungibili dall’estero. Questo non è stato il primo caso di blocco del traffico in Iran: un’interruzione simile era avvenuta nel 2019. Alcuni commentatori hanno sostenuto che gli attacchi precisi svolti da Israele, che hanno ucciso i vertici della catena di comando militare e di sicurezza iraniana, abbiano spinto il governo iraniano a dire alla popolazione di rimuovere WhatsApp dai propri telefoni perché riteneva che l’applicazione di Meta, che utilizza la crittografia end-to-end, inviasse le informazioni degli utenti a Israele (accuse che in una dichiarazione citata dall’Associated Press sono state descritte come “notizie false” dall’azienda).