Appollaiati su colonne di marmo con vista sui tetti, due gabbiani si guardano: «Pijamose Roma». La Capitale è il fondale ideale per la satira di Osho, amara, surreale, malinconica di volta in volta. Il volatile dagli appetiti «criminali» che si esprime come un boss qualunque, allude ad una Suburra dei servizi, l’eterna sconfitta della pubblica amministrazione capitolina che rinvia, procrastina e, infine, capitola sotto lo sguardo disincantato del cittadino romano. Rifiuti e trasporti sono grandi protagonisti delle vignette (meme) di Federico Palmaroli, cinquantaduenne sedentario, curioso, talvolta scettico, sempre allegramente sferzante. Così un Gualtieri compiaciuto a bordo di un tram tanto scintillante quanto vuoto esclama: «Che belli ‘sti autobus, col ca... che ce faccio sali’ la gente». I mezzi sono fermi in officina? Osho invita a ridere per non piangere. La risata scatta non tanto per il paradosso aspro tra attese e disservizi metropolitani bensì per la spiegazione ordinaria, quasi banale del fenomeno.