Dal nostro corrispondente
NEW DELHI - Un giorno dopo le violenze della polizia costate la vita a 19 manifestanti, il governo del Nepal ha revocato la messa al bando delle piattaforme di social media che - unita a una generale insoddisfazione per il suo operato - aveva innescato la protesta. Nella capitale Kathmandu e in altre città del Paese è stato imposto il coprifuoco e sono state chiuse le scuole.
Nonostante i divieti, martedì ci sono state piccole manifestazioni che le forze di sicurezza hanno cercato di disperdere senza ricorrere alla violenza del giorno precedente. «Punite gli assassini al governo. Smettete di uccidere i bambini», gridavano i manifestanti, mentre la polizia li invitava a tornare a casa.
Il bersaglio della rabbia dei dimostranti è il sempre più impopolare governo guidato dal primo ministro Khadga Prasad Oli. La scorsa settimana diverse piattaforme social, tra cui Facebook, X e YouTube, sono state bloccate in Nepal per non aver rispettato il nuovo obbligo di registrarsi e sottoporsi alla supervisione del governo. «Basta con il divieto ai social media. Fermate la corruzione, non i social media», gridavano lunedì i manifestanti, sventolando bandiere nepalesi.
Oli ha dichiarato in un comunicato di aver istituito un comitato d’inchiesta incaricato di presentare un rapporto entro 15 giorni e ha promesso compensazioni per i familiari delle vittime e cure gratuite per i feriti. Il ministro dell’Interno Ramesh Lekhak si è dimesso durante una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri, lunedì sera.










