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Ultimo aggiornamento: 19:45
Lei, la scrittrice E. Jean Carroll, già editorialista di Vogue, lo aveva accusato nel 2019 di averla molestata intorno al 1996 nel camerino di un grande magazzino di New York. Un’aggressione per la quale, in un altro processo, era stato dichiarato responsabile di abusi sessuali. Lui, Donald Trump, non solo aveva respinto le accuse, ma l’aveva anche diffamata, dichiarando che si era inventata tutto. Ma una Corte d’Appello federale dà ragione a Carroll e conferma all’unanimità il risarcimento di 83,3 milioni di dollari imposto al capo della Casa Bianca, a favore della scrittrice. “Sono io che dovrei denunciare lei”, aveva detto dopo l’udienza nel 2019 l’ex presidente della scrittrice e giornalista che lo ha accusato di violenza sessuale e diffamazione. “Non si ricorda neanche quando è avvenuto l’episodio. Si è inventata tutto dopo aver visto una puntata di Law and Order“, aveva continuato.
La Corte, che ha deciso all’unanimità, ha anche respinto la tesi di Trump secondo cui la decisione della Corte Suprema dello scorso anno, che garantiva l’immunità presidenziale per atti ufficiali, impediva di accertare le responsabilità nella causa intentata da Carroll. Gli avvocati del presidente avevano anche sostenuto che il giudice di primo grado aveva commesso un errore nel concedere a Carroll una sentenza prima del processo. La corte d’appello ha respinto anche queste argomentazioni. Una sentenza pesante che rievoca i fantasmi della condanna per abusi sessuali sulla scrittrice e giornalista, proprio nel giorno in cui Trump ha lanciato un’iniziativa per promuovere la preghiera e le radici giudaico-cristiane degli Stati Uniti. “L’America è fondata sulla fede, se si indebolisce, si indebolisce anche il Paese”, ha detto il presidente al museo della Bibbia di Washington invitando gli americani a dedicare tempo ogni settimana a “pregare per l’America” in occasione del 250esimo anniversario della nazione assieme ad “almeno altre 10 persone”.










