Se si ricorda che Bisceglie in Puglia era nota in quanto sede del manicomio, ogni cosa ritrova una sua logica. Ieri Antonio Decaro ha fatto impazzire tutti, come gli capita da due mesi. Poi ha fatto un passo indietro e si è candidato. Non è un ossimoro ma la realtà.
«Da oggi ho la responsabilità di guidare il nuovo progetto politico per la Puglia», ha dichiarato l’ex sindaco di Bari sul palco del festival dell’Unità dove Elly Schlein l’aveva convocato per rispondere all’ultimatum sulla sua candidatura. L’uomo chiamato a prendersi la Regione con uno schiocco di dita non è stato capace di uscire dall’angolo in cui si è infilato da solo, con i suoi veti pretestuosi all’ex Nichi Vendola e al quasi ex Michele Emiliano. Dinieghi che, dopo la discesa in campo, il candidato ha provato a derubricare a «pettegolezzi di cui vi chiedo scusa», ma che perfino adesso conservano il sapore di maldestri tentativi per ritirarsi andati male. Al dunque, una volta constatato che Avs non arretrava su Vendola e la segretaria dem teneva bordone all’alleato, l’europarlamentare del Pd non ha avuto però la forza di mantenere la posizione e annunciare che sarebbe rimasto a Bruxelles.
Una prova di debolezza, mascherata malamente da senso di responsabilità verso la coalizione e gli elettori. La realtà è che questa vicenda ha evidenziato le insicurezze del candidato presidente del campo largo, la sua indeterminatezza politica, un’ambizione non commisurata alle qualità, una scarsa capacità di lettura della situazione, una fragilità umana della quale solo chi lo ha visto all’opera da vicino, nella sua Bari, sospettava. Il bell’Antonio era il più debole, o si sentiva tale, e ha perso. Avs ha vinto perché ha tenuto il punto. Vendola si candiderà in consiglio regionale; ha subito emesso un comunicato in cui marca il territorio mettendosi a disposizione di Decaro «per le sfide cruciali e difficili che ci attendono».














