E questi erano (o si presumeva che fossero, o quantomeno tali si proclamavano) gli ambienti politici più progressisti in tema di costumi, diritti, vedute, orizzonti sociali. Eppure Elena la processarono. Senza comprensione. Senza cautele. Senza che le fosse assicurato un minimo di riservatezza. Come una strega nel secolo decimo settimo. Solo che era il 1976. E Elena era una di loro. Una del movimento. Aveva ventidue anni.
Si ritrovò isolata, attaccata in pubblico, messa alla gogna, in una sorta di tribunale nato nel cuore dei gruppi studenteschi dell’estrema sinistra dentro l’università Statale. C’era il Mls, Movimento lavoratori per il socialismo, una filiazione dello storico Movimento studentesco; poi il Pdup, Partito di unità proletaria per il comunismo; e ancora: Avanguardia operaia e Lotta continua. Infine, le femministe. Ogni gruppo, più o meno, aveva il suo stand nel mercatino di libri organizzato davanti all’ateneo. Di notte, si facevano i turni di guardia. Per evitare furti o vandalismi. Le sentinelle avevano delle brandine per riposarsi.






