Domanda di uranio avviata a crescere di quasi un terzo nei prossimi cinque anni, sull’onda del crescente successo dell’energia nucleare. E società minerarie in difficoltà, che rallentano anziché espandere la produzione del metallo, con riduzioni dei target per questo e il prossimo anno annunciate di recente dai primi due produttori al mondo, la kazakha Kazatomprom e la canadese Cameco.

Il tutto mentre le forniture di uranio riciclato dal settore militare si assottigliano, ora che il mondo è di nuovo impegnato ad armarsi anziché a smantellare i vecchi arsenali atomici. In più, a complicare tutto, la speculazione: fondi di investimento un tempo inesistenti, che da qualche anno accumulano enormi quantità del metallo radioattivo, di fatto sottraendolo agli impieghi tradizionali.

È un quadro di potenziali carenze – o quanto meno di scarsità – di uranio quello che si prospetta nel prossimo futuro. E le previsioni della World Nuclear Association (Wna), aggiornate ieri con il rapporto biennale World Nuclear Fuel, sono in linea con il pessimismo già espresso da diversi analisti: a livello globale si rischia un deficit d’offerta, che (al di là dell’impatto sui prezzi) potrebbe diventare un ostacolo all0 sviluppo del settore, già frenato in Occidente da frequenti rincari e ritardi nell’esecuzione dei progetti.