Camminando per i padiglioni dell’IFA, la grande fiera della tecnologia che si tiene ogni anno a Berlino, l’enorme presenza cinese si fa subito evidente. I padiglioni più grandi e appariscenti, esclusa la coreana LG, sono quelli di TCL, HiSense, Haier, Midea. E poi ci sono gli stand di medie dimensioni di dozzine di marchi come SmallRig, Aukey, Aurzen, che conoscevamo più che altro per la forte presenza su Amazon. A rimorchio, tutti gli altri, più piccoli, che qui portano chi un robot, chi batterie avanzatissime, chi un pulitore per piscine, chi l’ennesimo gimbal per stabilizzare lo smartphone. È un’invasione silenziosa: stando ai dati del sito IFA, gli espositori cinesi registrati all’edizione 2025 sono circa 700, e cioè quasi il 40% del totale. Il dato è in crescita dal 2024, quando l’IFA aveva raccolto le adesioni di circa 400 aziende cinesi.
Il ruolo delle tariffe
Le politiche commerciali dell’amministrazione Trump hanno giocato un ruolo fondamentale: spaventati da dazi tanto pesanti quanto imprevedibili, i marchi cinesi tornano a preferire il meno ricco ma molto più stabile mercato europeo. Per l’IFA, che fa ancora fatica a riprendersi dopo lo stop pandemico, è una buona notizia: già a maggio gli organizzatori della fiera avevano rivelato che l’interesse per gli spazi espositivi da parte dei brand cinesi sarebbe stato ai massimi storici.Lo spazio alla Messe di Berlino costa caro, ma i marchi cinesi non hanno problemi a investire in una fiera, che nonostante il calo di rilevanza degli ultimi anni, è ancora vista come la porta d’ingresso principale per il mercato tech europeo. E così mentre i principali CEO della tecnologia americani si prostrano alla corte di Trump per ingraziarsi il monarca e sperare in qualche esenzione speciale, le controparti cinesi vengono a Berlino per convincerci che della tecnologia americana, in fondo, non è che abbiamo tutto questo bisogno.












