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Ultimo aggiornamento: 9:04
In “Via crucis di un ragazzo gay” l’autore esce dal proprio anonimato, di credente e di persona omosessuale, per consegnare al lettore parte della propria intimità spirituale. Le pagine sono un percorso lungo le tradizionali ‘stazioni’ della passione di Cristo, con cui si intesse, con intensità crescente, un dialogo a tu per tu – non è un caso che la prima parola, alla prima stazione, sia «Tu». Luigi Testa intesse così le sue passioni con la passione di Cristo, le sue ferite con quelle del Signore, i suoi amori con i Suoi, in un intreccio di umanità da cui non è escluso nulla. Nonostante il titolo, il testo può essere letto – e forse più che letto, pregato – da chiunque, inserendosi in quel filone di mistica d’amore così potente nella storia del cristianesimo, ma così infelicemente sospetta nei tempi moderni. L’omosessualità dell’autore attraversa come filo rosso tutta la meditazione, come forma specifica della sua sensibilità e del suo modo di amare l’uomo così come Dio, ma non pretende mai uno spazio che possa essere tacciato di ideologismo. La si ritrova nelle ferite accennate con delicatezza, ma soprattutto nella forma con cui il desiderio dell’autore parla al suo interlocutore, che è sempre l’amato del Cantico dei Cantici. La fortuna che il libro ha conosciuto – con traduzioni, finora, in inglese, spagnolo ed olandese – sdogana la possibilità (e forse segna il bisogno) di una spiritualità “propria” delle persone omosessuali, in cui il dialogo col divino non abbia timore di assumere forme, caratteri, odori, sapori, sensi tipici del linguaggio del desiderio. Nel cammino di “liberazione” delle persone omosessualità nella comunità dei credenti, occorre anche questo: ascoltarle pregare. Ilfattoquotidiano.it pubblica la prefazione del volume firmata da Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana.











