Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Oggi dilaga sui media con giudizi acuminati e previsioni chirurgiche sul mondo del calcio: una carriera più scintillante di quella trascorsa sul campo.
Esiste una costante, nel calcio italiano e non soltanto, che merita attenzione: certi calciatori di livellellatura mediana, una volta smesso di rincorrere palloni e avversari, si reinventano personaggi che diventano maggiori della loro carriera precedente. È quello che è capitato anche con Lele Adani. Oggi lo conosciamo come il commentatore ubiquo e appassionato, l’“apostolo del fútbol” che cita Bielsa e quasi frigna per Messi, una voce tonante e contagiosa che polarizza il pubblico. Ma prima di questo Adani era un difensore. Ed è qui che la memoria deve essere riavvolta.
Sgomberiamo subito il terreno dai dubbi: non era certo un fenomeno. Centrale rude, dai mezzi normali, cresciuto a Modena e affermatosi a Brescia, possedeva un passo corto ed una lettura onesta. Non guidava la linea difensiva con l’autorità di un Nesta o un Baresi, né sapeva cosa fosse l’eleganza aristocratica di Maldini. Era, piuttosto, un operaio del reparto arretrato: applicato, tenace, pronto al sacrificio. Un calciatore che viveva del sudore quotidiano, sopperendo così a quello che gli faceva difetto.






