I detenuti palestinesi attualmente presenti nelle carceri di Israele sarebbero in gran parte civili. A rivelarlo è stata un'inchiesta congiunta del quotidiano britannico Guardian e di due testate investigative israeliane: +972 Magazine e Local Call, secondo cui solo un quarto dei circa seimila palestinesi arrestati a Gaza nei primi 19 mesi di guerra è stato identificato dall’esercito israeliano come militante.I dati visionati dalle testate provengono da un database classificato della direzione dell'intelligence militare israeliana (Aman) e dimostrano che Israele ha sistematicamente arrestato e imprigionato civili etichettandoli arbitrariamente come "combattenti illegali", una categoria che secondo la legge israeliana permette di tenere prigioniere le persone per un tempo indefinito, senza che abbiamo accesso a un equo processo. Questi dati si aggiungono a quelli di una precedente inchiesta degli stessi media, che già aveva evidenziato come la grande maggioranza delle vittime palestinesi del conflitto fosse composta da civili e non da combattenti.Un sistema di detenzione completamente fuori controlloI numeri emersi dall'inchiesta contraddicono apertamente le affermazioni ufficiali israeliane, secondo cui tutti i detenuti palestinesi di Gaza sarebbero terroristi. Secondo le tre testate, infatti, il database di Aman – descritto dalle fonti dell'intelligence come l'unica fonte affidabile per determinare chi l'esercito israeliano considera combattente attivo nella Striscia – conteneva a metà maggio i nomi di 47.653 palestinesi considerati militanti di Hamas e della Jihad islamica palestinese (Pij), la seconda forza armata del territorio dopo il movimento islamista.Tuttavia, al momento della rilevazione dei dati, Israele aveva arrestato soltanto 1.450 individui appartenenti alle frange militari di questi due gruppi, il che significa che circa tre quarti dei seimila detenuti attualmente presenti nelle carceri israeliane non appartengono a nessuna delle due principali organizzazioni armate di Gaza.Secondo le tre testate, questo sistema di arresti di massa è reso possibile dalla legge sui combattenti illegali, emanata nel 2002 durante la Seconda intifada, che permette a Israele di detenere persone durante i conflitti armati senza riconoscerle come prigionieri di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. La normativa nega inoltre ai detenuti l'accesso a un avvocato per un massimo di 75 giorni consecutivi, creando una situazione in cui i tribunali israeliani estendono quasi automaticamente la detenzione dei palestinesi basandosi su "prove segrete" presentate in udienze che durano pochi minuti.A evidenziare l’arbitrarietà della definizione di “terroristi” sono gli stessi giudici israeliani. Nei mesi di guerra oltre 2.500 detenuti, inizialmente classificati come “combattenti illegali”, sono stati liberati perché le autorità hanno riconosciuto che non erano realmente militanti. Altri 1.050 prigionieri sono stati scarcerati negli scambi concordati con Hamas, confermando la natura spesso discrezionale delle detenzioni iniziali. Intervistato dalle tre testate, Samir Zaqout, vicedirettore del centro per i diritti umani Al Mezan, che ha rappresentato centinaia di civili nelle carceri israeliane, stima che uno su sette o al massimo sei detenuti abbia legami con Hamas o altre fazioni armate, spesso limitati a una semplice affiliazione politica e non a un coinvolgimento militare concreto.Civili detenuti e sottoposti a torture e abusi sistematici nelle carceriOltre alle detenzioni abusive, le testimonianze raccolte dall’inchiesta dipingono un quadro sistematico di maltrattamenti e torture nelle strutture di detenzione israeliane, pratiche che, secondo i testimoni, colpiscono tutti i detenuti palestinesi, indiscriminatamente. Un soldato che ha prestato servizio nel centro di detenzione di Sde Teiman, struttura divenuta simbolo degli abusi israeliani, ha descritto ai giornalisti l'esistenza di un recinto soprannominato "il recinto geriatrico" perché tutti i detenuti al suo interno erano anziani o gravemente feriti, molti prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza durante i raid militari. Secondo la testimonianza del militare raccolta dall’inchiesta, l’esercito israeliano trasferiva regolarmente in carcere gruppi di pazienti dall’ospedale di Beit Lahiya, uno dei principali centri medici del nord di Gaza, tra cui uomini su sedie a rotelle e persone mutilate dai bombardamenti.Le tre testate riportano, inoltre, che le detenzioni abusive non riguardano soltanto anziani o feriti, ma colpiscono perfino il personale medico di Gaza. Secondo Physicians for Human Rights-Israel (Phri), oltre 100 operatori sanitari rimangono detenuti con l’etichetta di “combattenti illegali”, senza alcuna prova del loro coinvolgimento in attività militari. Le testimonianze raccolte dall’organizzazione e riportate dall’inchiesta descrivono abusi sistematici: medici e chirurghi picchiati fino alla rottura delle costole, sottoposti a elettroshock o costretti a tenere la testa nella ghiaia sotto il sole per ore. Tra le vittime, il dottor Adnan Al-Bursh, capo del reparto di ortopedia dell’ospedale Al-Shifa, morto in custodia israeliana dopo l’arresto nel dicembre 2023, secondo la famiglia torturato a morte. Un altro medico, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile nella Striscia di Gaza, è deceduto presso una struttura di interrogatorio dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.