La sesta volta può essere quella buona. La Banca centrale dello Zimbabwe ha svelato l’obiettivo di affrancarsi entro il 2030 dalle transazioni in dollari Usa e imporre come unica divisa lo Zig, sigla di Zimbabwe Gold: la valuta lanciata nell’aprile del 2024 per disinnescare l’iperinflazione e soppiantare il biglietto verde, dopo cinque tentativi naufragati dalla fine del dollaro dello Zimbabwe nel 2009 a oggi.
I precedenti depongono a sfavore e c’è chi è scettico sul futuro di una divisa agganciata all’oro e appesa, oggi, alla capacità del Governo di irrobustire le riserve di valuta estera, arginare la crescita dei prezzi e contenere l’esondazione di un mercato nero già florido. La strada è complicata, ma Harare è tutt’altro che solitaria nel suo tentativo. Fra i Governi e le istituzioni africane stanno crescendo il dibattito e le azioni tangibili per la cosiddetta de-dollarizzazione, la riduzione della dipendenza dal dollaro Usa e la ricerca di alternative rispetto al dominio valutario di Washington.
La dipendenza dal dollaro e lo shock di Trump
La tendenza era già in atto, ma sta accelerando con la guerra tariffaria scatenata da Donald Trump e le sue ricadute su economie tanto marginali rispetto alla bilancia dell’interscambio con gli Usa quanto vulnerabili alle inquietudini del biglietto verde. Fuori dai casi più patologici, come lo Zimbabwe, l’Africa è «più che dipendente dal dollaro», spiega Henri Kouam, direttore esecutivo del centro studi Cameroon Economic Policy Institute (Cepi). Secondo dati elaborati dal think tank, quasi la metà del commercio interno all’Africa è fatturato in dollari, una quota che altre fonti alzano al 70%. Il 45% dei pagamenti transfrontalieri passa per i canali del sistema interbancario Swift. Il 60% del debito estero è denominato nel biglietto verde, una proporzione rimpinguata dalle ultime emissioni di bond di Paesi rilevanti come Costa d’Avorio, Nigeria o Sudafrica dopo il digiuno obbligazionario del continente fra 2022 e 2023.






