C’ è un vizio antico che riemerge ogni volta che la Calabria torna al centro del dibattito politico: l’idea che la soluzione ai suoi mali possa arrivare attraverso la consacrazione di un “illustre” candidato scelto e sostenuto da firme prestigiose del mondo culturale. L’ultimo esempio è l’appello per Pasquale Tridico alla presidenza della Regione. A prima vista, il documento appare solenne e intriso di buone intenzioni. Ma a guardarlo più da vicino, la patina di nobiltà rivela crepe profonde.

Che Tridico sia un professore universitario e un ex presidente dell’Inps non è in discussione. Ma governare la Calabria non è come dirigere un ente previdenziale: significa conoscere il territorio, trattare con sindaci, fronteggiare emergenze quotidiane e, al tempo stesso, elaborare visioni di lungo periodo. L’appello che lo esalta parla di “riscatto” e di “nuova dignità”. Parole suggestive, ma vaghe. Si parla di un reddito di cittadinanza senza spiegare come trasformarlo in occupazione stabile; si rifiuta il Ponte sullo Stretto senza indicare alternative capaci di spezzare l’isolamento infrastrutturale e aprire a uno sviluppo del Sud finalmente libero dalle vecchie sacche assistenzialistiche; si invoca giustizia sociale ridotta a slogan ideologico, senza tradurla in strumenti amministrativi concreti. Non un programma politico, dunque, ma una dichiarazione d’intenti che dovrebbe servire a rassicurare salotti già convinti.