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«La caldaia!» urlò qualcuno con entusiasmo nella sala di controllo da cui Robert Ballard e altre persone stavano osservando le immagini del fondale marino, a circa 3.800 metri di profondità. In condizioni normali l’avvistamento di una caldaia non suscita tutto questo entusiasmo, ma in quella notte del primo settembre di quarant’anni fa Ballard si trovava in condizioni tutt’altro che normali. Su una nave nell’oceano Atlantico, a 600 chilometri di distanza dalla Terranova, aveva appena trovato i resti del Titanic, sprofondato in quella zona il 15 aprile del 1912 nel più famoso e disastroso naufragio del Novecento. Per 73 anni era rimasto sepolto nell’oceano, senza che nessuno riuscisse a trovarlo.

Prima di quell’impresa, Robert Ballard, che faceva parte della Marina militare degli Stati Uniti, si era fatto notare per i suoi progetti legati all’oceanografia e all’archeologia subacquea, in un periodo in cui i progressi tecnologici iniziavano a rendere possibile la costruzione di nuovi sommergibili comandati a distanza per l’esplorazione delle profondità oceaniche. Fu in quel contesto che decise di impegnarsi nella ricerca del Titanic, per quanto fosse alto il rischio di aggiungersi a una lunga lista di fallimenti.