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Ad agosto c’è stata una discreta polemica politica su come stesse andando la stagione turistica italiana, tra chi sosteneva che le spiagge fossero più vuote del solito, come se questo fosse rappresentativo di una crisi dell’intero modello turistico italiano, e chi invece diceva che le cose andassero bene come sempre.

A prescindere da cosa finiranno per dire i dati definitivi sulla stagione che sta per chiudersi, l’intensità di questo dibattito mostra l’alta considerazione che la politica italiana ha del turismo, spesso ritenuto tra i settori più preziosi per l’economia, su cui investire e puntare per la crescita. Se ne sente parlare spesso in termini di «volàno per l’economia italiana» o di «petrolio italiano», ma in realtà è un settore pieno di problemi, vecchio, con poca concorrenza, condizioni di lavoro massacranti, stipendi bassissimi, con scarso potenziale di innovazione, e con un alto impatto sui territori per tutte le conseguenze dell’overtourism: gli economisti sono generalmente concordi nel dire che non è il settore su cui puntare per il futuro.

In Italia il dibattito sul valore del turismo per l’economia è sempre legato a un dato: quanto pesa il turismo sul Prodotto Interno Lordo (PIL), quindi il suo ruolo nell’economia italiana. Capita spesso di sentire stime esagerate e poco affidabili, usate peraltro anche dalla stessa ministra del Turismo Daniela Santanchè, ma il dato più affidabile lo dà l’ISTAT (l’istituto nazionale di statistica): il turismo vale il 6 per cento del PIL italiano, circa il 13 per cento se si considerano anche i servizi che non generano valore nel solo turismo, come la ristorazione e i trasporti.