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Nella serie tv di Bellocchio l'impeccabile Fabrizio Gifuni è il presentatore, ignorato dai politici e tradito dai media
da Venezia
C'è una curiosa, e funerea, rassomiglianza fra il linguaggio con cui Giuseppe Pandico, membro "dissociato", ma non "pentito", secondo sua precisa dichiarazione a riguardo, della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, e grande accusatore di Enzo Tortora nella vicenda processuale che rovinò la vita di quest'ultimo, e il linguaggio con cui la magistratura ne avalla la denuncia e le dà sostanza giuridica. È un italiano ampolloso e retorico, compiaciuto quanto assertivo, vagamente minaccioso, perversamente bizantino nel suo piegare ogni antitesi in una nuova logica di sintesi che salvi la tesi che, erroneamente, ne è alla base. È, naturalmente, un linguaggio cinematografico, quello scelto da Marco Bellocchio per il suo Portobello, di cui, fuori concorso, ieri sono stati presentati i primi due episodi, ma poiché si basa su testi e documenti d'epoca, dichiarazioni alla stampa, verbali processuali, interrogatori, arringhe, è tuttavia, e amaramente, un linguaggio vero, e qualche domanda, senza scadere nel qualunquismo, in proposito bisognerà pur farsela. Detto in altri termini, com'è possibile che in Italia l'antistato criminale si esprimesse con la stessa sintassi dell'ordinamento giuridico deputato a giudicarlo, condannarlo e mandarlo in carcere?








