Un padre ultrà è il peggior tifoso del proprio figlio. Non lo sostiene, lo affossa, attribuendo i suoi errori a colpe altrui, sviste arbitrali, scorrettezze dell’avversario, scelte sbagliate dell’allenatore e infine scendendo in campo per dimostrargli che a regolare tutto è la forza, o meglio la violenza.
Accade dove si gioca calcio tra ragazzini, ma anche altrove, dove questi crescono all’ombra del più deviante degli esempi. Certo, la partita di pallone è un detonatore irresistibile e se c’è troppo controllo al Meazza o all’Olimpico allora il padre frustrato si sfoga lontano dai riflettori. Palpita per il figlio più che per Leao o Dybala, con la differenza che questi possono deluderlo, avere giornate no, suo figlio è perfetto, assoluto, infallibile. E se sbaglia, la colpa è di qualcun altro. Sempre e dovunque.
Nel Torinese due giorni fa, in Brianza due anni fa. Anche allora non c’erano santi, benché si giocasse all’oratorio Sant’Ambrogio, in via don Gnocchi (“l’angelo dei bimbi”, secondo una fiction tv) e una delle due squadre (Under 9) fosse la Polisportiva San Giovanni Paolo II. Niente. Una decisione arbitrale scatenò la rissa. Un dirigente che cercò di sedarla finì all’ospedale con un rene spappolato e la milza lesionata. Il colpevole? Un “buon padre di famiglia”, incensurato.












