Mentre l’Occidente discute di chip, sanzioni e catene di approvvigionamento, la Cina sposta la Via della Seta più in alto, in cielo: a 20.000 chilometri di quota. In anticipo sul previsto, ha appena lanciato l’ultimo satellite completando il nuovo rivale del Lonass russo, del Galileo europeo e soprattutto del GPS Usa che ha ancora quota di mercato assoluta. Se la costellazione stellare da cui prende il nome era il punto di orientamento nelle navigazioni durante l’antichità, il BeiDou contemporaneo esegue miliardi di controlli della posizione ogni giorno sostenendo una parte crescente dell’economia. Compatibile con 288 milioni di smartphone dei marchi nazionali come Huawei e Xiaomi, elabora più di un trilione di controlli di localizzazione al giorno.
Pietra angolare
Ridurre il sistema BeiDou a un “GPS cinese” ancora debole è un errore: è la pietra angolare di un nuovo ordine tecnologico ma la questione è geopolitica. Oggi, con oltre 30 satelliti operativi BeiDou offre alla Cina (e ai suoi partner) qualcosa di ben più prezioso dei dati di posizionamento. Dal controllo del traffico marittimo nel Mar Cinese Meridionale alla guida autonoma dei veicoli elettrici, ogni aspetto della modernità digitale dipende infatti dalla geolocalizzazione. Chi ne controlla l’infrastruttura detiene un potere invisibile ma pervasivo: non solo guida auto autonome e droni commerciali ma gestisce anche operazioni militari e flussi economici. È una leva di soft power che ridefinisce equilibri regionali e alleanze.






