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Per avere il consenso del padre, la Schlein ha dovuto accettare la nomina del figlio (Piero) come segretario regionale del Pd in un congresso in cui ci sarà un solo nome in lizza, il suo

Una delle massime più famose della prima Repubblica attribuita a Rino Formica recitava: "La politica è sangue e merda". Un'immagine cruda ma efficace per spiegare che la ricerca del consenso, da che mondo è mondo, richiede compromessi e non rituali angelici. È la logica della democrazia dove votano tutti, belli e brutti, e i voti hanno tutti lo stesso valore. Ora il dibattito estivo nel Pd - e più in generale nel centro-sinistra - che ha accompagnato il laborioso varo delle liste regionali per alcuni versi ha assunto accenti pittoreschi.

Prima è stato messo sul banco degli imputati il governatore Vincenzo De Luca (nella foto), reo come il suo collega veneto, il leghista Luca Zaia, di avere l'ambizione di ricandidarsi. Il "no" della Consulta al terzo mandato da una parte ha risolto il problema, ma per altri versi lo ha complicato: ha liquidato per legge il diritto del governatore a candidarsi, ma per risolvere il caso ha messo in piedi un meccanismo infernale per cui, per avere il consenso del padre, la Schlein ha dovuto accettare la nomina del figlio (Piero) come segretario regionale del Pd in un congresso in cui ci sarà un solo nome in lizza, il suo; e, per sedare i suoi oppositori, Sandro Ruotolo e Marco Sarracino, ha dovuto concedere loro le segreterie cittadine del partito a Napoli e a Caserta. Un organigramma deciso tutto a tavolino, nelle segrete stanze di partito, alla faccia del consenso e della democrazia.