Nella propaggine estrema sudorientale della nostra penisola, indipendentemente da quale sia il punto esatto in cui i mari Adriatico e Ionio si fondono, la Basilica Santuario di Santa Maria De Finibus Terrae rappresenta da secoli una meta di pellegrinaggio. Da Leuca salpavano le navi dei fedeli verso la Terra Santa e le imbarcazioni che trasportavano i crociati decisi in tutto e per tutto a conquistarla. Il faro slanciato verso l’alto con la sua silhouette bianca e la cascata che festeggia architettonicamente il capolinea dell’Acquedotto Pugliese contribuiscono alla scenografia di questo luogo a ridosso del porto leucano. Se le sirene in passato furono più volte avvistate come narrano le leggende locali, di sicuro i delfini fanno spesso e volentieri capolino tra le onde. Meno noti, eppure assai interessanti sul piano botanico, anche in virtù della propria prodigiosa posizione, sono i cosiddetti Giardini di Leuca.

Essi sono il frutto di un progetto di recupero della macchia mediterranea e di alcuni vitigni, alberi di mandorlo, fico, quercia, melograno e naturalmente ulivo, ovvero le specie citate più volte nei testi sacri della Bibbia: l’obiettivo di questo percorso sensoriale è quello simbolico di trasmettere la resilienza biologica del Salento, messa duramente a prova dalla decennale epidemia di Xylella, lanciare un messaggio volto a inculcare il rispetto per la natura e testimoniare al tempo stesso la forza ispiratrice contemporanea del testo biblico. Anche per i pellegrini che raggiungono la meta del Santuario De Finibus Terrae, alzare le braccia in segno di giubilo tra gli alberi di questo giardino rappresenta un motivo indimenticabile di gaudio botanico. Del resto, il promontorio di Punta Meliso è cinto da una macchia mediterranea davvero folta composta da lentischi, mirti, palme, appunto ulivi.