Due settimane esatte. Di piste seguite e abbandonate, di mezze voci, di caccia senza esito. Di giustizia italiana beffata. Ma che fine ha fatto il quarto baby pirata rom, il quasi 12enne (compirà tra poco gli anni) che l’11 agosto insieme ad altri tre amici era a bordo della Citroen Ds4 rubata che ha falciato e ucciso Cecilia De Astis a Milano? Puff. Volatilizzato. Eclissato. Sparito. Un fantasma per gli investigatori. Più il tempo passa, più le ricerche si complicano. Gli ultimi indizi portano all’esterno, in Francia, forse dalle parti di Nizza, dove lui e la madre godrebbero della protezione di alcuni famigliari. Un’ipotesi, quella della Costa Azzurra, che ovviamente deve essere ancora vagliata fino in fondo ma che alla luce di quanto successo due giorni dopo l’incidente può avere una propria logica. Quel giorno, infatti, sulla Torino-Savona, la polizia aveva fermato il furgone sul quale viaggiava la matriarca dell’accampamento di via Selvanesco, insieme alla nipote 11enne (oggi in comunità) e a oro e vestiti rubati, diretto verso Ventimiglia e dunque verso il confine francese.

Una cosa è certa: un bambino – seppur aiutato dal suo “clan” e dagli innegabili ritardi di una magistratura che dopo l’identificazione dei piccoli non li ha subito tolti alle famiglie ma anzi li ha rispediti nel campo da dove erano usciti per rubare un’auto e uccidere una donna – sta prendendo in giro una città intera, Milano, e forse non solo. Attenzione. Il lavoro svolto dalla Polizia Locale del capoluogo lombardo è stato encomiabile: nemmeno ventiquattro ore per acciuffare i giovanissimi pirati della strada, settantadue ore di sopralluoghi e appostamenti nei pressi dell’accampamento e un doppio blitz ravvicinato (il già citato sull’A6 e quello nell’insediamento nomadi di Beinasco) per recuperare tre dei quattro rom in fuga e accompagnarli in una struttura protetta. Non fosse stato per la tempestività dei vigili milanesi e per la loro decisione di applicare l’articolo 403 del codice civile, ovvero il collocamento d’urgenza del minore in una comunità “nel caso si trovi esposto nell’ambiente familiare a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica”, probabilmente sarebbero tutti ancora a spasso.