Il 27 agosto, per qualche ora, le sue azioni hanno superato quelle di Moutai, il colosso cinese dei liquori. Segno che Cambricon è al centro dell'attenzione sui listini del Dragone. E c'è una ragione: la società sforna microprocessori e unità di elaborazione grafica (Gpu) per le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale. E dunque beneficia della corsa all'oro dell'AI, a cui la Cina partecipa sempre più da protagonista.Basti pensare allo shock che ha provocato sui mercati finanziari globali, pronti a spendere cifre da capogiro per i titoli tecnologici, il lancio a inizio dell'anno di Deepseek, il modello di AI sviluppato con minori investimenti rispetto ai colossi statunitensi per effetto del processo di distillazione.E siccome dietro a un sistema di AI c'è sempre un bell'ammasso di hardware, se uno prende il volo, l'altro segue di conseguenza. Come insegna la storia di Nvidia, che proprio per effetto della progettazione di chip utilizzati dall'industria dell'intelligenza artificiale è stata spinta tanto in alto da sfondare per prima, a Wall Street, il tetto dei quattromila miliardi di dollari di capitalizzazione.L'impennata di CambriconCambricon la guarda con il binocolo dai 76,4 miliardi di valutazione in biglietti verdi. Tuttavia il fatto che la quotazione del titolo sia decuplicata negli ultimi due anni è segno che la Cina è alla ricerca di un campione interno da contrapporre al titano guidato da Jensen Huang.Tant'è che quando, l'11 agosto, si diffonde la notizia che il governo cinese ha raccomandato alle sue aziende di non acquistare il chip H20 di Nvidia, progettato proprio per l'AI e le cui vendite sono state a lungo bloccate dagli Stati Uniti e liberalizzate solo a luglio dal presidente Donald Trump, le azioni di Cambricon prendono il volo. Quel giorno valgono circa 707 yuan (circa 4,7 euro). In due settimane raddoppiano, fino ai 1.587 yuan di fine agosto (190 euro).Hai voglia dal quartier generale di Nvidia a sgolarsi che i H20 non hanno quelle backdoor (letteralmente porte sul retro, ossia falle di sicurezza), che hanno spinto le autorità cinesi a raffreddare gli acquisti. Lo stato, che ha un piede dentro Cambricon con una quota del 15% (secondo azionista dietro al fondatore Chen Tianshi), detta la linea: fare in casa e addestrare i campioni di famiglia.La nascita e la consacrazioneChen Tianshi, 40 candeline spente lo scorso giugno, è uno di questi. Fa parte di questa nuova generazione di imprenditori tech cinesi cresciuti proprio nel solco tracciato dalla cavalcata dell'AI. Come Liang Wenfeng, il fondatore di Deepseek, che è un suo coscritto. O Yang Zhiling, a capo di un'altra tra le startup cinesi più promettenti nel campo dei large language models, Moonshot AI, che di anni invece ne ha una trentina.Chen Tianshi fonda Cambricon nel 2016 con il fratello Chen Yiushi. Nati a Nanchang, capitale della provincia del Jiangxi, entrambi frequentano l'Accademia cinese delle scienze e dedicano le loro ricerche a nuove tecnologie per l'industria dei semiconduttori. Spunti che poi si sono tradotti nell'azienda oggi guidata dal più giovane dei due (mentre Yiushi, il maggiore, è rientrato nelle file del mondo universitario).L'azienda con quartier generale nella capitale, impiega circa mille persone. Nei giorni scorsi ha comunicato che nei primi sei mesi del 2025 ha totalizzato ricavi per 2,88 miliardi di yuan (circa 350 milioni di euro), il 4.000% in più rispetto allo stesso periodo del 2024, e che il profitto netto è stato di circa un miliardo (120 milioni).Numeri che da un lato spiegano l'accelerata improvvisa di Cambricon ma che, al tempo stesso, hanno spinto alcuni analisti finanziari a invitare alla cautela su una brusca frenata del titolo. Oggi il rapporto tra prezzo delle azioni e ricavi (price/earning ratio), uno degli indicatori per capire se un titolo è sopravvalutato, è di 580. Quasi 10 volte tanto quello di Nvidia. Insomma, il titolo di Cambricon si è surriscaldato.I piani del DragoneL'azienda ha grandi ambizioni. Tanto che nei giorni scorsi ha anche manifestato l'intenzione di raccogliere altri 4 miliardi di yuan (circa 480 milioni di euro) per sostenere lo sviluppo di nuove tecnologie e migliorare l'ottimizzazione dei suoi chip per i modelli di AI cinese. Come ha fatto a maggio con Qwen 3, uno dei sistemi di intelligenza artificiale di Alibaba.Uno degli elementi critici nella rincorsa a Nvidia è proprio l'ottimizzazione software. Al South China Morning Post Li Guojie, computer scientist dell'Accademia cinese delle scienze, aveva spiegato che la vera forza di Nvidia sta nell'ecosistema Cuda, che viene messo a disposizione degli ingegneri per sviluppare applicazioni su misura alle gpu del colosso di Santa Clara. Qualcosa a cui dovrebbero dedicarsi anche tutti i concorrenti cinesi di Huang, da Cambricon alla stessa Huawei, se veramente vogliono mettere i bastoni tra le ruote al primo della classe.Se Cambricon si è guadagnata i titoli di giornale nelle ultime settimane, sulla scia dell'impennata del titolo, l'attenzione del governo di Pechino viene da lontano. Nel luglio del 2020 gli analisti della società Trivium China, che analizza le politiche cinesi, menzionavano l'azienda tra i tre produttori di microchip convocati per un summit industriale alla presenza del presidente Xi Jinping, in compagnia di altre 17 aziende tra cui Hikvision, il principale sviluppatore di telecamere di videosorveglianza, Sinochem (azionista di Pirelli) ma anche le filiali di Microsoft e Panasonic.Al centro delle discussioni c'erano le strategie da adottare per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19. E alla carenza di semiconduttori provocata dai blocchi della produzione degli impianti e dallo stop alle consegne. Dei 18 invitati, tre erano aziende di microchip. Da allora la Cina ha avviato una tappa a marce forzate per recuperare i ritardi di progettazione e svincolarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti.Le strategie cinesi sui chipSu Wired Lorenzo Lamperti ha menzionato la strategia dei “cento fiori”. Un proliferare di piccoli fondi locali, distretti provinciali e iniziative diffuse per distribuire la catena di design e produzione, alimentati da investimenti nazionali. A cominciare dal Big fund, rifinanziato con oltre 50 miliardi di dollari. Tra il 2020 e il 2024, la Cina ha triplicato la capacità produttiva di chip a 28-90 nanometri e consolidandosi nel mercato dei semiconduttori “maturi” e meno avanzati, che pure sono il 70% del mercato globale.Daxue consulting, società di consulenza strategica per il mercato cinese, menziona nuove esenzioni fiscali: “Nel luglio 2025 la Cina ha introdotto un credito d’imposta del 10% per gli investitori stranieri che reinvestono i profitti nel Paese. La misura, valida da gennaio 2025 a dicembre 2028, mira a incoraggiare un flusso costante di investimenti esteri nei settori strategici, semiconduttori inclusi”.Semi, l'associazione internazionale dell’industria microelettronica, riferisce che a livello mondiale nel 2025 è prevista la costruzione di 18 nuove fabbriche di semiconduttori. Quattro negli Stati Uniti e altrettante in Giappone, seguiti da Cina ed Europa con tre impianti ciascuno. La Cina, però, primeggia per capacità installata: 42,5 milioni di wafer per trimestre, con un aumento del 7% su base annua.Questa accelerazione sta generando i primi scricchioli, che anticipano le crepe già viste in altri settori strategici fortemente sussidiati dallo Stato, come quella dei veicoli elettrici. Dumping dei prezzi, acquisti forzati e il rischio di ritrovarsi con troppa capacità di produzione sono i pericoli all'orizzonte. Ma la Cina si sa che è disposta a pagare un prezzo altissimo pur di schierare le sue pedine sulla scacchiera internazionale. E ora potrebbe averne trovata una nuova da arruolare: Cambricon.