Il Mediterraneo è un mare di confini e di regole, e quando queste valgono solo da una parte diventano ferite aperte. A Mazara del Vallo, culla della pesca al gambero rosso, i pescherecci restano fermi per rispettare il decreto ministeriale che, in linea con le disposizioni dell’Unione Europea, impone il fermo biologico fino al 5 settembre negli areali GSA 12-16 del Mediterraneo, cioè le zone di pesca di fronte alla Sicilia. Il provvedimento, pensato per ridurre la pressione sugli stock, ferma i siciliani mentre le flotte nordafricane continuano a pescare. È questo il paradosso che brucia: gli italiani fermi ai moli, i tunisini in mare a calare le reti, con i mercati che non smettono di chiedere gambero rosso.
Una tradizione a rischio
E in questo scontro silenzioso i pescatori siciliani sentono di pagare il prezzo più alto. Il comparto del gambero rosso rappresenta oltre la metà del fatturato della flotta di Mazara, con decine di barche specializzate in questa pesca di profondità che arriva fino a 800 metri. Ma non è solo Mazara a vivere questa condizione. Le marinerie di Scoglitti, Sciacca, Pozzallo, Porto Empedocle, Lampedusa e Portopalo di Capo Passero, storicamente legate al Mediterraneo e al lavoro sul mare, vivono lo stesso destino di fermo e di incertezza. Intere famiglie che da generazioni vivono di pesca si ritrovano a terra, con la prospettiva di dover comprare il prodotto dai concorrenti stranieri. Un corto circuito che mina le fondamenta stesse della tradizione marinara siciliana. Le nuove regole UE hanno ridotto le possibilità di lavoro: quote tagliate del 3% e giorni di pesca del 9,5%. Per una marineria già provata dai costi del carburante, dalla concorrenza sleale e dalle lunghe soste obbligate, queste percentuali pesano come macigni. Così i commercianti siciliani vanno a Tunisi a comprare gamberi e rivenderli sul mercato. Un paradosso che alimenta rabbia e sfiducia, trasformando il gambero rosso da risorsa preziosa a simbolo di ingiustizia.







