Le vedo sempre le file ordinate fuori da Pane Quotidiano il sabato mattina. Soldatini obbedienti che si muovono in silenzio. Ognuno uguale all’altro dentro l’abito stretto della povertà che accoglie da mani sconosciute una lattina e un po’ di scatolame, e restituisce sorrisi imbarazzati. Immaginare, tra quegli sconfitti, l’ex leghista di ferro mi fa quasi paura. Ho conosciuto la fame da bambino e la riconosco nei volti di tante anime di strada. Ma non si crede che possa bussare alla porta di chi ha avuto tutto e forse qualcosa di più. La ruota che gira? Forse. O più banalmente il tritacarne dell’ingiustizia che come una macchina (dice giustamente Pivetti) ruzzola giù e travolge qualche vita. Poi senz’altro c’è il meccanismo parallelo dell’umanità grama che scende dal carro del vincitore appena smette di vincere, e diventa nemica a prescindere. Telefoni muti. Mani in tasca. Occhi che girano a vuoto e si confondono nella folla estranea. Anche per affittare un buco di casa devi implorare qualcuno che garantisca per te. Ma diventi un appestato. Un reietto senza voce. Fuori dai giochi e relegato tra gli innominabili.