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"After the Hunt" di Guadagnino è un film che fa i conti con il politicamente corretto, il MeToo e la sterile cultura degli atenei
Dal nostro inviato a Venezia
Fatti notevoli di After the Hunt, il film di Luca Guadagnino presentato fuori concorso a Venezia 82: mette alla berlina il mondo delle università Ivy League americane, Yale in particolare, negli studi umanistico-filosofici schiave del decostruttivismo francese, salvo accorgersi, tardivamente, che non resta molto da decostruire e sarebbe meglio ricostruire; mette alla berlina il mondo del politicamente corretto, legato a filo doppio con la decostruzione perché quest'ultima poggia sull'idea che il linguaggio sia uno strumento di potere nelle mani del maschio bianco eterosessuale, e quindi decostruiamo, cioè smascheriamo, il vocabolario e tuteliamo le minoranze; mette alla berlina un mondo morale dove tutti si immaginano discriminati per qualcosa, e chiedono a gran voce la cancellazione delle disuguaglianze, che deraglia nella eliminazione della diversità e nell'omologazione; mette alla berlina un mondo politico (anche le cattedre universitarie sono frutto di scelte ideologiche) che piega il diritto alla legge non scritta dei diritti; mette alla berlina il MeToo e le denunce a orologeria; mette alla berlina la stampa che asseconda il delirio delle rivendicazioni per avere qualche titolo scandalistico e ammantarsi di progressismo; offre un cast memorabile, a partire da Julia Roberts, Andrew Garfield e Michael Stuhlbarg; ci fa ascoltare, come sempre, una colonna sonora da urlo: qui ci sono i premi Oscar Trent Reznor e Atticus Ross, anche noti come Nine Inch Nails, il meglio del meglio.






