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Attraverso la repressione sovietica in Ungheria, il regista Nemes racconta come il male entra nella Storia (e in casa)
Dal nostro inviato a Venezia
A Venezia, il regista ungherese László Nemes mette l'Europa davanti allo specchio. Non è la prima volta che lo fa. Il suo Figlio di Saul (2015) si era imposto come un capolavoro facendo man bassa di premi: Grand Prix speciale della Giuria a Cannes, Golden Globe e Oscar per il miglior film straniero. In 132 minuti, girati in pellicola, il nuovo Orphan stringe (solo all'apparenza) l'inquadratura sul dopoguerra magiaro e sul modo in cui la menzogna di Stato si fa menzogna privata.






