Giorgia Meloni, si sa, avvertì la sua vocazione politica ad appena 15 anni per la morte di Paolo Borsellino, un magistrato orgogliosamente di destra ucciso nel 1992 nella strage mafiosa di via d’Amelio a Palermo. Seguita a quella di Capaci, sempre di mafia, in cui era stato ucciso il collega ed amico Giovanni Falcone. Elly Schlein, l’antagonista in concorrenza con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nostalgico di Palazzo Chigi da quando dovette lasciarlo a Mario Draghi, è stata meno precoce di Giorgia Meloni. Non a 15 ma a 23 anni, già munita di tre passaporti, s’invaghì della campagna elettorale di Barak Obama a Chicago, nel 2008, partecipando anche a quella successiva per la conferma del presidente americano. In Italia Elly, per gli amici, dovette accontentarsi di Romano Prodi. Che nel 2013, reduce da due governi di breve durata a 10 anni di distanza l’uno dall’altro, e da un mandato consolatorio, rimediatogli da Massimo D’Alema che lo aveva sostituito nel 1998 a Palazzo Chigi, di presidente della Commissione europea a Bruxelles, tentò con apparente distacco anche fisico, non ricordo più bene se dall’Africa o dalla Cina, la scalata al Quirinale.

Per quanto candidato dall’allora segretario in persona del Pd Pier Luigi Bersani col rito abbreviato dell’acclamazione, Prodi fu tradito dai cosiddetti, immancabili “franchi tiratori”. In guerra lo chiamano “fuoco amico”. La Schlein, reduce a 28 anni dai fasti americani e ormai decisa a contenersi nei confini italiani, rimase basita. La delusione di Prodi, che fingeva rassegnazione e indifferenza, procurò la tarantola alla Schlein. Che lanciò una campagna di occupazione di protesta delle sezioni del Pd, con l’obiettivo forse anche di arrivare sino al Nazareno, la sede nazionale. Con quella vicinanza fisica al Quirinale che poteva rendere l’occupazione in qualche modo riparatrice, sul piano simbolico, del torto subito da Prodi.