WASHINGTON — «Non era questo il mio sogno». C’è scritto proprio così sulle t-shirt con l’immagine del reverendo Martin Luther King, indossate dai ragazzi della Ebenezer Baptist Church, la sua chiesa di Atlanta. «Le abbiamo fatte perché 57 anni dopo, il suo sogno di una nazione dove non si giudica un uomo dal colore della pelle, non si è ancora avverato », dice Louise, i capelli raccolti in treccine, la mascherina rossa sul volto.
È proprio qui, sulla scalinata del Lincoln Memorial, che il 28 agosto del 1963, l’allora leader del movimento per i diritti civili pronunciò il suo celebre “I have a dream”, ho un sogno, appunto, quello di un’America finalmente integrata. Ed è sempre qui che 57 anni dopo sono arrivati in 50mila da tutto il Paese. Per dire, ancora una volta, no al razzismo: con una manifestazione che nel pieno della pandemia prova a seguire le regole del distanziamento sociale e dei check per la temperatura. È stata la morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso dal poliziotto che per otto lunghi minuti gli aveva tenuto un ginocchio sul collo, a convincere il reverendo Al Sharpton, icona black newyorchese, a lanciare la grande manifestazione nell’anniversario del discorso di King: «Proprio come allora, dobbiamo imporre al governo di cambiare la legge». Non immaginava certo, lo ripete dal palco, «che pure questa marcia sarebbe avvenuta in un momento drammatico. Nel pieno di una nuova rivolta, dopo il ferimento di Jacob Blacke a Kenosha».






