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A dodici anni chiesi a mio padre di accompagnarmi dal suo barbiere. Volevo tagliare i capelli da maschio. Il risultato fu che uscii da lì con la testa quasi rasata. Erano i famosi capelli «a spazzola» da tenere in piedi come aculei con abbondanti dosi di gel, cosa che per qualche anno fu, oltre ai detergenti per il corpo, il mio solo prodotto di cura. Non avevo beauty-case, né trucchi o smalti per unghie. Giocavo a calcio, fiera della mia T-shirt della Juventus, guardavo con superiorità le cugine che dedicavano il loro tempo ad abbellirsi e mi faceva piacere se le persone mi scambiavano per un ragazzo. Smisi poi di parlare con le compagne di scuola che si erano iscritte a un corso di cucito proposto da un’insegnante. Era la fine degli anni Novanta.
In molte culture il primo taglio di capelli è un atto rituale che segna simbolicamente la separazione dal mondo materno, equivalente, come scrive Pierre Bourdieu in Il dominio maschile, a un lavoro di virilizzazione o defemminizzazione del bambino. Anche io avevo inscenato il mio «giorno della separazione» – delegando mio padre ad aiutante – e scelto gli oggetti che, secondo l’antropologia, indicano l’idea di «taglio». Analogamente a quanto avviene in Nord Africa nel rito della cultura cabila, durante il quale i ragazzi si dotano di una cintura, un pugnale, un lucchetto e uno specchio, io mi ero munita di un coltello svizzero, uno di quelli coltellini che contengono anche una piccola forchetta. Come il padre nella cultura cabila guida ritualmente il figlio nel mercato, mondo esclusivamente maschile, presentandolo agli altri uomini, mio padre mi aveva portato – sempre su mia richiesta – a vedere la partita della Juventus contro l’Espanyol allo stadio di San Benedetto del Tronto.







