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Lunedì sera Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca Lee Jae-myung, il neoeletto presidente della Corea del Sud, per discutere di rapporti commerciali e militari fra i due paesi. È stato un incontro cordiale, anche se da parte sudcoreana c’era molta preoccupazione di subire un’aggressione verbale da parte di Trump: cioè di subire quello che Lee stesso ha definito un «momento Zelensky», in riferimento all’agguato preparato da Trump e dal vicepresidente statunitense JD Vance al presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante l’incontro di febbraio alla Casa Bianca.

Da quel disastroso incontro, diversi leader mondiali che hanno incontrato Trump hanno avuto le stessa preoccupazione: ad alcuni leader è andata bene, come ai capi di stato e di governo europei, ma non si può dire altrettanto per il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che a maggio era stato attaccato da Trump sulla base di teorie false sul genocidio dei bianchi. Lee si è difeso dall’imprevedibilità di Trump come ha potuto e come avevano fatto prima di lui tanti altri: facendo molti complimenti al presidente statunitense ed evitando di contraddirlo di fronte ai giornalisti.

L’atteggiamento di Lee è stato molto condizionato anche dal fatto che l’incontro era cominciato in una situazione tutt’altro che ottimale. Poche ore prima del suo arrivo alla Casa Bianca, infatti, Trump aveva pubblicato sul suo social Truth un post in cui chiedeva: «COSA STA SUCCEDENDO IN COREA DEL SUD? Sembra una purga o una rivoluzione», senza specificare di cosa stesse parlando. I collaboratori di Lee temevano che Trump si stesse riferendo al tentato colpo di stato dell’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol e al processo che ne è derivato, al centro di molte teorie cospirazioniste della destra sudcoreana ispirate a quelle statunitensi sulle elezioni presidenziali del 2020.