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Ultimo aggiornamento: 14:38

Oggi siamo abituati a pensare all’antico Egitto come un luogo duro, arido e inospitale. Al contrario, era un territorio composto da diversi ecosistemi, che ospitavano fiori, piante e arbusti di ogni tipo. A rovesciare un luogo comune e introdurci nel mondo affascinante dei giardini egizi è l’egittologa e divulgatrice scientifica del Museo Egizio a Torino Divina Centore, autrice del libro Faraoni e fiori. La meraviglia dei giardini dell’antico Egitto (Il Mulino). “È stata la straordinaria capacità degli antichi egizi di gestire le risorse idriche a fare la differenza”, spiega. “Grazie a un’innovazione senza precedenti, all’irrigazione e alla costruzione di canali, sono riusciti a massimizzare l’utilizzo delle acque del Nilo, permettendo loro di alimentare un’agricoltura sostenibile e di supportare una società̀ complessa e avanzata”.

Può spiegarci in che modo?

Era fondamentale monitorare l’andamento delle inondazioni del fiume: un livello d’acqua troppo basso poteva significare carestia, mentre un livello eccessivo comportava il rischio di distruzione dei raccolti. Per farlo, gli Egizi utilizzavano i nilometri, strumenti semplici ma efficaci, dotati di scale graduate che scendevano fino al fiume. La stagione delle inondazioni (Akhet) durava circa quattro mesi e, una volta ritirate le acque, iniziava il periodo della crescita (Peret), durante il quale i contadini aravano i campi e piantavano i semi per i raccolti futuri. Quattro mesi dopo, gli Egizi celebravano la stagione del raccolto (Shemu), un evento sacro legato alla dea Renenutet, rappresentata con la testa di un cobra e conosciuta come la “Signora del granaio”.