È come un’isola, ma di terra. Il piccolo regno del Lesotho – la sua superficie è di 30.355 km quadrati, circa come quella del Belgio – è avvolta dal Sud Africa ed è una delle tre monarchie africane insieme a Marocco ed eSwatini, l’ex Swaziland. Si inerpica sui Monti dei Draghi e i suoi 2,3 milioni di abitanti si distribuiscono fra la capitale Maseru, una quindicina di città e un’infinita rete di piccoli villaggi. Paese fra i più poveri del mondo, con un reddito pro capite di appena 1.106 dollari nel 2024, vanta però un’alta spesa pubblica in istruzione, pari a circa il 7% del bilancio statale, e uno dei più alti tassi di alfabetizzazione, soprattutto femminile, del continente. Tuttavia, altre percentuali lo rendono problematico e fragile. Secondo Oxford Economics, il 90% dell’export manifatturiero del Lesotho è generato dai prodotti tessili, cifra che lo rende uno dei primi Paesi-fabbrica di vestiti del mondo – come Bangladesh e Vietnam - dove impera la formula del “CMT”, acronimo di “Cut, Make, Trim” (Taglia, Crea, Rifinisci).
Le manifatture di abbigliamento sono il primo datore di lavoro privato del Paese, nel quale sono impiegate circa 40mila persone, sottratte all’enorme numero di chi vive sotto la soglia di povertà. I prodotti che confezionano vanno da 25 anni e per il 40% negli Stati Uniti, grazie all’accordo African Growth and Opportunity Act, che dal 2000 favorisce le relazioni commerciali fra Stati Uniti e Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, con dazi ridotti o azzerati. I settori ai quali erano concessi i più ingenti benefici erano stati proprio il tessile e l’abbigliamento. Ma i nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump stanno mettendo a repentaglio la stabilità sociale del Paese, che lo scorso luglio ha dichiarato due anni di emergenza nazionale.






