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Ultimo aggiornamento: 15:37

Recentemente sono stato all’ultimo concerto estivo di Dario Brunori. Si è tenuto a Montesilvano, la mia città, in una zona che alcuni anni prima aveva ospitato il Jova Beach Party, una spiaggia libera abbastanza grande, un posto storico per il turismo balneare “fai da te” delle famiglie.

Ho scritto molto di Brunori in questi mesi sui social, sia per la sua recente partecipazione a Sanremo sia più indietro per la sua posizione nei confronti dei grandi eventi live. A conti fatti, si può dire che il cantautore calabrese abbia vinto una difficilissima sfida con se stesso e sia il prototipo di come oggi possa configurarsi il percorso di un artista virtuoso, in un’Italia sempre più omologata musicalmente. Mi spiego meglio.

Brunori è andato a Sanremo nel 2025 ma era partito dall’underground puro, sin dagli anni Zero, e si era costruito una credibilità su scala nazionale grazie a un tipo di canzone non certo d’intrattenimento, che sa essere facilmente fruibile da tutti, ma che soprattutto ha la difficile capacità di saper essere profonda con un linguaggio che galleggia in superficie. Al Festival è arrivato dopo un Premio Siae Club Tenco e due Targhe Tenco, dopo aver scritto tanto anche per il cinema e aver vinto praticamente tutti i più importanti premi di canzone d’autore e un Nastro d’argento.