Camminano barcollando, con quell’andatura scomposta. Lente, lentissime. Testa bassa che affonda nella sabbia, corpicino rivolto al mare, guscio pesante sulle spalle. Vanno piano ma non le ferma nessuno. È l’anno (anzi, è l’estate) della tartaruga caretta carretta: colpa (ma guarda un po’) del cambiamento climatico e del clima che è sempre più caldo, però anche effetto (grazie al cielo) della rete di monitoraggio e cura e volontariato che ogni anno s’allarga e diventa capillare. Benvenuti in Liguria (ma non solo), la terra in cui i cheloni marini si sentono a casa.
Belle, iconiche, simbolo indiscusso di saggezza e assieme di di dolcezza, fondamentali per l’ecosistema (non tutti lo sanno ma sulla corazza che si portano appresso vivono piccole comunità di micro-piante e di animali, per esempio di crostacei) e allo stesso tempo a rischio estinzione: non ci sono solo loro (le caretta caretta), nel Mediterraneo scorrazzano almeno altre sei specie (come la chelonia mydas e la dermochelys coriacea, che è un tantinello più rara), però in Italia si trovano meglio che altrove.
In questi mesi di solleone oramai agli sgoccioli (speriamo di no), tra Genova e Alassio, su quella costa ligure che ci invidia mezzo mondo, s’è registrato un vero exploit della tartaruga marina: tra spiagge libere, stabilimenti e lidi attrezzati sono stati individuati almeno undici nidi: a Celle Ligure, ad Arma di Taggia, a Zinola, a Sarzana, a Imperia, a Laigueglia (qui hanno nidificato addirittura due volte), a Riva Ligure, a Sestri Levante (dove la schiusa ha consegnato, giusto ieri l’altro, una conta di 88 nuovi esemplari su 94 uova, cioè una percentuale di successo del 94%: e scusate se è poco).









