Cosa vuol dire nascere, crescere e vivere in un regime comunista? Lo spiega Ermal Meta, nato in Albania nel 1981 e trasferitosi in Italia insieme alla madre a soli 13 anni. Nel nostro Paese ha studiato ed è diventato musicista di successo, ha ottenuto la cittadinanza e nel 2018 ha vinto il Festival di Sanremo con Non mi avete fatto niente, in coppia con Fabrizio Moro. L'anno precedente era arrivato terzo con Vietato morire, ispirato proprio alla sua giovinezza. Un cuore diviso a metà, il suo. Ma con uno sguardo lucido.

Intervistato dal Giornale, ha raccontato per esempio cosa ricorda della morte del dittatore comunista e "padre della patria" Enver Hoxa: "Avevo 4 anni, era il 1985. Piangevano tutti. Era un paese in lacrime, eppure tragicomico. I fedeli al regime venivano a controllare, a casa tua, se avevi la foto scattata vicino alla tomba di Hoxha. Anche i più poveracci – lo eravamo tutti all’epoca ma c’erano quelli che lo erano più degli altri – dovevano recarsi alla tomba. E farsi una foto col pugno chiuso alzato".

"Il dittatore, che possa riposare all’inferno, ha lasciato ferite ancora visibili. Tutti in Albania avevano paura di tutto - racconta il musicista, oggi anche apprezzato autore –. Accadevano cose incredibili. Il dittatore parlava dell’Albania roccaforte del leninismo sulle sponde dell’Adriatico. Tutti ci volevano invadere e, per convincerci, ha disseminato l’Albania di bunker. E le strade? Non c’erano strade dritte, neppure quelle in pianura. Dopo due o trecento metri arrivava una curva. La propaganda diceva che non dovevamo permettere agli aerei nemici di atterrare".